Gennaio, il mese che mi ha cambiato la vita
La mia rinascita dopo la laringectomia totale del 29 gennaio 2008
Ci sono mesi che scorrono senza lasciare traccia, e mesi che invece diventano pietre miliari. Gennaio, per molti, è il mese dei buoni propositi, delle agende nuove, delle promesse che si fanno davanti allo specchio. Per me, invece, è un mese-simbolo. Un mese che non posso sfogliare distrattamente. Un mese che porta un nome preciso, una data incisa nella memoria: 29 gennaio 2008.
Quel giorno, all’ospedale di Desio, ho affrontato una laringectomia totale. Una frase che sembra tecnica, quasi asettica, ma che in realtà racchiude un terremoto personale. È il tipo di intervento che non si limita a cambiare il corpo: cambia la vita, il ritmo, il modo di comunicare, il modo di respirare, il modo di stare al mondo.
Eppure, in quella trasformazione radicale, ho trovato una rinascita.
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Prima dell’intervento: il tempo sospeso
I giorni che precedono un’operazione importante hanno un sapore particolare. Sono fatti di attese, di controlli, di parole che rimbalzano tra medici e corridoi. Ma sono fatti anche di silenzi. Silenzi che pesano, perché dentro ci metti tutto: la paura, la speranza, i dubbi, la voglia di farcela.
Ricordo perfettamente quel periodo. Ricordo la sensazione di essere su un ponte: dietro di me la vita di sempre, davanti a me qualcosa di sconosciuto. Non sapevo esattamente cosa avrei trovato dall’altra parte, ma sapevo che non potevo tornare indietro.
La diagnosi era chiara. Le alternative non c’erano. E allora ho fatto quello che fanno le persone quando la vita le mette davanti a un bivio: ho scelto di andare avanti.
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Il 29 gennaio 2008: il giorno che ha diviso la mia storia
Entrare in sala operatoria è un atto di fiducia. Ti affidi ai medici, alla scienza, alla competenza di chi ha studiato per salvarti. Ma ti affidi anche a te stesso, alla tua capacità di resistere, di affrontare il dopo.
La laringectomia totale è un intervento che porta via la voce naturale. È un taglio netto, non solo fisico ma simbolico. È come se una parte di te venisse messa tra parentesi. Ma è anche un intervento che ti salva la vita. E questo, alla fine, è ciò che conta.
Quando mi sono svegliato, ho capito subito che qualcosa era cambiato. Il respiro era diverso, il corpo era diverso, il mondo intorno a me sembrava più distante e più vicino allo stesso tempo. Non potevo parlare. Non come prima. Ma ero vivo.
E quella consapevolezza, così semplice e così potente, è stata la mia prima vittoria.
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Il dopo: imparare di nuovo
La riabilitazione non è un percorso lineare. È fatta di passi avanti e passi indietro. Di giorni in cui ti senti forte e giorni in cui ti sembra di non farcela. Ma è anche un percorso che ti insegna una cosa fondamentale: la resilienza non è un talento, è un allenamento.
Ho dovuto imparare a comunicare in modo nuovo. Ho dovuto imparare a respirare in modo diverso. Ho dovuto accettare che alcune cose sarebbero cambiate per sempre. Ma ho scoperto anche che il corpo umano è incredibilmente adattabile, e che la mente lo è ancora di più.
Ogni piccolo progresso era una conquista. Ogni gesto ritrovato era un traguardo. Ogni giorno era un passo verso una nuova normalità.
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La voce che non c’è più e quella che ho costruito
Perdere la voce naturale è un’esperienza difficile da spiegare. La voce è identità, è presenza, è relazione. È il modo in cui ci facciamo sentire nel mondo. Quando viene a mancare, ti sembra di perdere un pezzo di te.
Ma poi scopri che la voce non è solo un suono. È un modo di esserci. È un modo di raccontarsi. È un modo di comunicare che va oltre le corde vocali.
Ho imparato a farmi capire in altri modi. Ho imparato che la voce può essere un gesto, uno sguardo, una parola scritta, un sorriso. Ho imparato che la comunicazione è molto più ampia di quanto pensiamo.
E soprattutto, ho imparato che la mia voce non è scomparsa: si è trasformata.
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Gennaio come simbolo di rinascita
Da quel 29 gennaio, ogni volta che arriva il nuovo anno, non penso ai propositi. Penso alla mia rinascita. Penso a quel momento in cui la vita mi ha messo alla prova e io ho risposto: “Ci sono”.
Gennaio è diventato il mio mese della consapevolezza. Il mese in cui guardo indietro e vedo quanto cammino ho fatto. Il mese in cui guardo avanti e mi ricordo che posso affrontare qualsiasi cosa.
Non celebro una ferita. Celebro la forza che quella ferita mi ha insegnato.
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Perché racconto questa storia
La racconto perché ogni storia di trasformazione merita di essere condivisa. Perché chi sta affrontando un percorso simile possa sentirsi meno solo. Perché la fragilità, quando la si attraversa, diventa una forma di coraggio.
La racconto perché la mia voce, anche se diversa, vuole continuare a parlare.
La racconto perché la vita, anche quando ti cambia all’improvviso, può sorprenderti con una nuova possibilità.
E perché, in fondo, raccontare significa continuare a vivere.

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