🌜 Il giorno in cui ho smontato il presepe
Oggi ho smontato il presepe.
Non è un gesto che si decide: arriva da solo, come una piccola onda che ti tocca la caviglia e ti dice che la marea sta cambiando. Stamattina, appena entrato in soggiorno, ho capito che era il momento. Non c’era un motivo preciso: forse la luce diversa, più piatta, più da gennaio; forse il silenzio della casa, che sembrava chiedere di tornare alla sua forma naturale.
Mi sono fermato davanti alla capanna per qualche secondo. Le lucine erano ancora accese dalla sera prima, e tremolavano come se avessero capito che era il loro ultimo turno. Il presepe, in quel momento, sembrava quasi respirare.
È strano come un insieme di statuine, muschio e cartone possa creare un’atmosfera così viva. Ogni anno mi sorprende, e ogni anno me ne dimentico, finché non arriva il momento di smontarlo.
Ho iniziato dal muschio.
Era secco ai bordi, friabile, e mentre lo sollevavo lasciava una polvere sottile sul tavolo. Il muschio ha sempre un odore particolare: un misto di terra, di infanzia, di qualcosa che non so nominare ma che riconosco subito. Ogni anno mi riprometto di comprarne di nuovo, e ogni anno finisco per riutilizzare quello vecchio, come se cambiare il muschio significasse cambiare qualcosa di più grande, qualcosa che non sono pronto a toccare.
Poi ho preso in mano la prima statuina.
Il pastore con la pecora.
È sempre lui ad aprire la fila. Ha un’espressione che non capisco mai: sembra sereno e preoccupato allo stesso tempo, come chi sa che la vita è fatta di cose semplici ma non per questo leggere. L’ho avvolto nella carta velina, lentamente, come si fa con le cose che hanno più valore di quanto sembri.
A seguire, uno dopo l’altro, sono arrivati gli altri personaggi.
La lavandaia con il cesto storto, che ogni anno mi chiedo come faccia a non cadere.
Il pescatore con la rete rigida, che sembra sempre sul punto di raccontare una storia che non racconterà mai.
Il falegname, con quell’aria di chi ha visto tutto e non si stupisce più di nulla.
Li ho presi in mano come si prende in mano un ricordo: con delicatezza, ma senza paura di lasciarlo andare.
I Re Magi li ho lasciati per ultimi.
Sempre.
C’è qualcosa nel loro viaggio che mi commuove ogni anno, anche se non lo dico mai. Quando li ripongo nella scatola, ho sempre la sensazione di interrompere un cammino che non mi appartiene, come se stessi chiudendo una porta mentre loro stanno ancora bussando.
Gaspare, con il suo mantello rosso un po’ scolorito.
Melchiorre, con la barba che ormai ha perso qualche granello di vernice.
Baldassarre, il più elegante, quello che sembra sempre sapere qualcosa che gli altri ignorano.
Li ho avvolti uno a uno, cercando di non far sbattere le corone tra loro.
Le lucine sono state la parte più complicata.
Si erano intrecciate, come sempre.
Le ho arrotolate con pazienza, cercando di evitare il groviglio che puntualmente si forma ogni anno. Mentre le sistemavo, la stanza sembrava già diversa: più grande, più vuota, ma non malinconica. Solo… tornata alla sua forma naturale.
Quando ho chiuso l’ultima scatola, ho sentito un piccolo rumore, come un sospiro.
Forse era il cartone che si assestava.
O forse ero io.
Ho riposto tutto nell’armadio alto, quello che apro solo due volte l’anno: a dicembre, quando inizia la magia, e a gennaio, quando la richiudo con un misto di gratitudine e sollievo.
La casa, improvvisamente, sembrava più luminosa, come se avesse tirato un respiro profondo dopo settimane di addobbi, luci, colori.
Mi sono seduto un attimo sul divano.
Non c’era più il presepe, ma la sua presenza restava nell’aria, come una musica che continua anche quando la radio è spenta.
Smontare il presepe non è togliere il Natale: è archiviare un tempo. È dire al cuore che può tornare al ritmo di sempre, ma senza dimenticare la luce che ha visto passare.
E mentre chiudevo gli occhi per un istante, ho avuto la sensazione che il presepe fosse ancora lì, invisibile ma presente, come certe cose che non si vedono più ma continuano a fare compagnia.
Forse è questo il vero senso del rito: non mettere via, ma custodire.
Non chiudere, ma lasciare sedimentare.
E così, mentre fuori il cielo di gennaio si faceva più scuro, ho capito che il presepe non se n’era davvero andato.
Si era solo spostato.
Dalla stanza alla memoria.
Dal tavolo al cuore.

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