Pianu pianu u malatu porta u sano

 


Pianu pianu u malatu porta u sano


Il vento di scirocco arrivava dritto dallo Stretto, caldo e appiccicoso, e faceva tremare le persiane dei palazzi sul lungomare Falcomatà. L’ispettore Ruggero Laganà, rientrato da Milano dopo vent’anni, camminava lento verso la Questura. Non era tornato per nostalgia: un omicidio lo aveva riportato nella sua città.


Il morto si chiamava Giacomo Ripepi, sessantadue anni, malato cronico, viveva in un appartamento modesto nel quartiere di Santa Caterina. Lo avevano trovato seduto su una poltrona, come se stesse guardando il mare. Nessun segno di violenza. Nessuna lotta. Solo un biglietto sul tavolo:


“Pianu pianu u malatu porta u sano.”


Ruggero lo fissò a lungo. Quel proverbio lo conosceva bene: sua nonna lo ripeteva quando voleva dire che la calma di uno finiva per contagiare l’altro. Ma qui, cosa voleva dire?


*


La casa del morto


L’appartamento di Giacomo era ordinato, quasi troppo. Le medicine allineate, la coperta piegata, la finestra socchiusa. Ma qualcosa stonava: la polvere sul pavimento mostrava una traccia sottile, come se una sedia fosse stata trascinata.


«Non da un malato,» mormorò Ruggero. «Da qualcuno più forte.»


Il vicino, un uomo anziano con gli occhi lucidi, gli raccontò che Giacomo viveva con il fratello Santo, più giovane, energico, sempre nervoso.


«U malatu era Giacomo,» disse. «Ma Santo… Santo era peggiu. Sempre agitatu, sempre cu ‘na rabbia dentro.»


«Dov’è adesso?»


«Sparito da ieri sera.»


*


Il bar di Archi


Ruggero si fermò al bar sotto casa dei fratelli. Il proprietario, un uomo robusto con un accento reggino marcato, lo riconobbe subito.


«Laganà… u figghiu di Maria? Tornasti?»


«Per lavoro. Dimmi di Santo Ripepi.»


Il barista sospirò. «Era stancu, Ruggero. Anni a curare u frati’. Diceva sempre: “A forza di stari cu unu malatu, mi sentu malatu puru iu”.»


Ruggero annuì. Il proverbio cominciava a prendere un’altra forma. Non più saggezza popolare, ma un avvertimento.


*


La pista del porto


Una telecamera del porto riprese Santo la notte dell’omicidio. Camminava veloce, quasi trascinando qualcosa. Non un corpo, ma un peso invisibile. La sua coscienza, forse.


Ruggero seguì la pista fino ai magazzini abbandonati vicino alla Stazione Lido. Lì trovò un secondo biglietto, scritto con la stessa grafia incerta:


“U sanu si stanca.”


Era una confessione mascherata da proverbio.


*


Il ritrovamento


Lo trovarono all’alba, seduto su una panchina davanti al mare, lo sguardo perso verso la Sicilia. Non tentò di scappare. Non disse una parola finché Ruggero non si sedette accanto a lui.


«Santo,» iniziò l’ispettore, «dimmi cosa è successo.»


L’uomo tremò. «Non volevo… ma non ce la facevo più. Ogni giorno, ogni notte… Giacomo peggiorava, e io con lui. Mi sentivo intrappolato. E lui… lui era così calmo, così lento… mi faceva impazzire.»


«E allora?»


«Allora ho pensato che… se lui si fermava, forse mi fermavo pure io. Pianu pianu… u malatu porta u sano. Ma non è vero. È il contrario. U sanu… si consuma.»


Ruggero lo guardò in silenzio. Non c’era trionfo nell’arresto. Solo la consapevolezza che certe tragedie non nascono dall’odio, ma dalla stanchezza.


*


Il finale sullo Stretto


Quando portarono via Santo, il sole stava sorgendo sullo Stretto, tingendo l’acqua di rosso. Ruggero rimase a guardare le onde. Reggio era sempre la stessa: bella, ferita, piena di storie che nessuno voleva raccontare.


Il proverbio gli tornò in mente, ma con un sapore diverso.


A volte, pensò, non è il malato a portare il sano.  

A volte è la vita a portare entrambi dove non volevano andare.


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