Il campanile storto e la disputa del secolo

 


Il campanile storto e la disputa del secolo


A Boscobianco, il paese dove anche i gatti avevano un’opinione su tutto, il campanile continuava a inclinarsi. Non era una tragedia, ma una di quelle cose che fanno parlare la gente per mesi, come la volta in cui il farmacista aveva cambiato marca di cerotti e il paese aveva rischiato la guerra civile.


Il sindaco, uomo che si vantava di essere pratico ma che in realtà era pratico solo nel complicare le cose semplici, convocò una riunione urgente.


Il parroco arrivò per primo, con l’aria di chi ha già capito che finirà male.


«Reverendo,» iniziò il sindaco, «il campanile pende.»


«Lo vedo anch’io» rispose il parroco. «Non è che pende: riflette.»


«Riflette cosa»


«La condizione morale del paese.»


Il sindaco sbiancò. «Ma allora siamo messi malissimo.»


«Non peggio degli altri» sospirò il parroco. «Solo che gli altri non hanno un campanile che lo dice.»


La proposta del secolo


Fu allora che entrò Peppone — sempre il cugino, quello testardo come un mulo che aveva fatto un corso di meccanica per corrispondenza e si sentiva ingegnere.


«Io lo raddrizzo» annunciò.


Il sindaco si illuminò. «Come»


«Con la forza della volontà.»


Il parroco si fece il segno della croce.


Peppone spiegò il suo piano: tirare il campanile con una corda legata al trattore. Il trattore era vecchio, rumoroso e fumava come un camino, ma Peppone sosteneva che avesse “ancora un cuore giovane”.


Il parroco, che conosceva bene sia Peppone sia il trattore, non era convinto che uno dei due avesse un cuore, figuriamoci giovane.


Il grande tentativo


Il giorno stabilito, tutto il paese si radunò in piazza. C’erano i bambini con il gelato, le vecchiette con le sedie pieghevoli, i giovani con i telefonini pronti a filmare il disastro.


Peppone legò la corda al campanile, salì sul trattore e partì con un rombo che fece tremare le finestre.


Il campanile non si mosse.


Peppone accelerò.


Il campanile rimase immobile.


Peppone accelerò ancora.


Il campanile si inclinò… ma dalla parte sbagliata.


La folla trattenne il fiato. Il parroco chiuse gli occhi. Il sindaco iniziò mentalmente a preparare il discorso di dimissioni.


Poi il trattore tossì, sputò fumo e si spense.


Peppone scese, rosso come un peperone. «È la corda che non va. O il campanile. O il destino.»


Il parroco gli posò una mano sulla spalla. «Figliolo, forse il campanile vuole essere storto.»


La disputa filosofica


La frase fece il giro del paese in un pomeriggio.


Il giorno dopo, al bar, si discuteva animatamente.


«Il campanile è storto perché siamo peccatori» disse la signora Brambilla.


«No, è storto perché il terreno cede» ribatté il geometra.


«È storto perché il parroco non prega abbastanza» insinuò il macellaio.


«È storto perché il sindaco non fa niente» aggiunse il barista.


Il sindaco, presente, fece finta di non sentire.


Peppone, che non sopportava le discussioni inutili, propose un referendum: “Campanile dritto o campanile storto”. Il parroco si oppose: «Non si vota sulla volontà di Dio.»


Il sindaco si oppose: «Non si vota su qualcosa che potrebbe costarmi la poltrona.»


Il geometra si oppose: «Non si vota sulla geologia.»


Alla fine non si fece nulla, come da tradizione.


Il miracolo (o quasi)


Una notte, una tempesta colpì il paese. Fulmini, vento, pioggia. Il mattino dopo, la gente uscì a controllare i danni.


Il campanile era… esattamente come prima.


Non un millimetro più dritto, non uno più storto.


Il parroco sorrise. «Vedete Il campanile ha resistito. Nonostante tutto.»


Peppone annuì. «È testardo come me.»


Il sindaco, che cercava sempre di sembrare saggio, proclamò: «Il campanile è un simbolo della nostra comunità: un po’ inclinata, ma solida.»


La frase finì sul giornalino parrocchiale, sulla bacheca del municipio e perfino su una maglietta che il barista iniziò a vendere a 12 euro.


Epilogo


Da quel giorno, il campanile storto divenne il vanto di Boscobianco. Arrivarono turisti, scolaresche, perfino un gruppo di architetti che discutevano animatamente se fosse un capolavoro involontario o un disastro annunciato.


Il parroco continuò a dire che era un segno divino.


Peppone continuò a dire che un giorno l’avrebbe raddrizzato.


Il sindaco continuò a dire che aveva tutto sotto controllo.


E il campanile, che non aveva fretta né ambizioni, continuò a stare lì, inclinato quel tanto che basta per ricordare a tutti che la perfezione è sopravvalutata

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