Sfogo di un laringectomizzato totale: troppo vecchio per lavorare, troppo giovane per l’INPS


 Sfogo di un laringectomizzato totale: troppo vecchio per lavorare, troppo giovane per l’INPS


Ci sono momenti in cui la vita ti mette in un corridoio stretto, senza porte laterali e con due uscite entrambe sbarrate. È così che mi sento oggi: laringectomizzato totale, con una voce che non è più quella di prima, con un corpo che ha già dato tanto, e con un sistema che continua a dirmi che non sono abbastanza… né da una parte né dall’altra.


Da un lato c’è il datore di lavoro, che mi guarda come si guarda un macchinario usurato: “troppo vecchio”, “troppo fragile”, “troppo complicato da gestire”. Non importa che io abbia lavorato per anni, che abbia fatto il mio dovere anche quando respirare era già una sfida. Non importa che io abbia affrontato un intervento che ti cambia la vita, che ti toglie la voce ma non la dignità. Per loro sono diventato un peso, un rischio, un numero che non torna nei conti.


Dall’altro lato c’è l’INPS, che invece mi considera ancora “troppo giovane” per la pensione, troppo “abile” per smettere di lavorare, troppo “non abbastanza” per essere riconosciuto come realmente in difficoltà. Come se la mia condizione fosse un dettaglio. Come se vivere senza laringe fosse una nota a margine. Come se la fatica quotidiana di respirare, comunicare, proteggersi dalle infezioni, affrontare il mondo con un corpo diverso non valesse nulla.


E così resto nel mezzo.  

Invisibile.  

Sospeso.  

Stanco.


La realtà che non si vede


Essere laringectomizzato totale non è solo una condizione medica: è un modo nuovo di stare al mondo. È imparare a parlare con una voce che non riconosci. È convivere con un foro nel collo che devi proteggere da tutto: polvere, freddo, acqua, virus. È affrontare la stanchezza cronica, le difficoltà respiratorie, i limiti fisici che non puoi ignorare.


Eppure, quando si tratta di lavoro, tutto questo sembra sparire.  

Come se la mia storia non contasse.  

Come se la mia salute fosse un’opinione.


Troppo vecchio per loro, troppo giovane per lo Stato


È una frase che fa male perché è vera.  

Il datore di lavoro mi vede come un costo.  

L’INPS mi vede come un numero che non rientra nei parametri.


Io invece mi vedo per quello che sono:  

una persona che ha combattuto, che ha resistito, che ha ricostruito la propria vita dopo un intervento devastante.  

Una persona che vorrebbe solo essere trattata con equità, con rispetto, con un minimo di buon senso.


Il paradosso dell’invisibilità


Non chiedo privilegi.  

Chiedo riconoscimento.  

Chiedo che la mia condizione non venga ignorata quando fa comodo e tirata fuori solo quando serve a giustificare un’esclusione.


Chiedo che il lavoro non diventi un campo minato per chi ha già affrontato abbastanza.  

Chiedo che lo Stato non si nasconda dietro numeri e tabelle quando davanti ha una persona reale, con una storia reale, con bisogni reali.


Perché scrivo questo sfogo


Scrivo perché il silenzio pesa più della voce che ho perso.  

Scrivo perché so che non sono l’unico.  

Scrivo perché tanti, come me, vivono in questa terra di nessuno: troppo malati per lavorare come prima, troppo “non abbastanza malati” per essere tutelati.


Scrivo perché la dignità non dovrebbe essere negoziabile.  

E perché, anche senza laringe, la mia voce merita di essere ascoltata.


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