13 marzo – In ricordo di Sergio Ramelli

 



13 marzo – In ricordo di Sergio Ramelli


La città, la ferita, la memoria che continua a parlare


Il 13 marzo è una data che Milano non può dimenticare. È il giorno in cui, nel 1975, un ragazzo di diciott’anni, Sergio Ramelli, venne aggredito sotto casa in via Paladini da un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare. Morì dopo 47 giorni di coma, il 29 aprile 1975, a causa delle ferite riportate alla testa. Era uno studente dell’ITIS Molinari, militante del Fronte della Gioventù. Un ragazzo come tanti, con una vita davanti.


Da allora, ogni 13 marzo, la città torna a quel punto della mappa e della memoria. Non per riscrivere la storia, ma per ricordare che la violenza politica degli anni di piombo non fu un concetto astratto: fu fatta di corpi, di nomi, di famiglie, di assenze.


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Gli anni Settanta e la spirale dell’odio


Per capire il peso di quel giorno bisogna tornare al clima degli anni Settanta. Milano era attraversata da tensioni politiche, sociali, sindacali. Le scuole erano luoghi di confronto ma anche di scontro. Le idee si radicalizzavano, le identità si irrigidivano, e la violenza diventava un linguaggio.


La vicenda di Ramelli si inserisce in questa spirale. Non è un episodio isolato, ma uno dei momenti più emblematici in cui la politica smise di essere parola e si fece arma. Un ragazzo di diciott’anni, colpito sotto casa, diventa simbolo di una stagione in cui l’Italia si feriva da sola.


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Via Paladini oggi: un luogo che ascolta


Chi passa oggi in via Paladini vede una targa, un mazzo di fiori, un punto di raccolta silenzioso. Non è un monumento imponente: è un frammento di città che ricorda. Ogni anno, alle 17.30, qualcuno si ferma. A volte sono in tanti, a volte pochi. Ma il gesto rimane.


Ed è proprio qui, davanti a quella targa, che può nascere un dialogo. Non un dialogo reale, ma uno di quelli che la memoria suggerisce quando ci si ferma davvero.


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Un dialogo immaginario: il ragazzo di oggi e la voce della memoria


Un ragazzo arriva in via Paladini quasi per caso. Ha lo zaino sulle spalle, le cuffie al collo, il telefono in tasca. Non è venuto per una commemorazione: stava passando. Ma qualcosa lo fa rallentare. Forse il silenzio della via, forse quel nome inciso nel marmo.


«Non ti conosco» mormora. «Ma qualcosa mi dice che dovrei fermarmi.»


La risposta non arriva come un suono. Arriva come un pensiero che si fa strada da solo.


«Non serve conoscermi. Basta sapere che ero vivo.»


Il ragazzo si guarda intorno. Non c’è nessuno. Eppure quella frase gli sembra naturale.


«Avevi paura?» chiede.


«Della violenza sì. Ma non pensavo che potesse arrivare così vicino. Non pensavo che potesse trasformarsi in un colpo alla testa, in un buio improvviso.»


Il ragazzo inspira lentamente. «Perché succede?»


«Succede quando si smette di vedere l’altro come una persona. Quando si vede solo un’etichetta, un nemico, un bersaglio.»


Il ragazzo annuisce. «Succede ancora oggi.»


«Sì. Ogni volta che qualcuno pensa che valga più degli altri. Ogni volta che si parla per ferire. Ogni volta che si sceglie l’odio invece della fatica del dialogo.»


«E cosa posso fare io? Uno solo?»


«Puoi fare molto. Puoi scegliere di non odiare. Puoi scegliere di ascoltare. Puoi scegliere di discutere senza distruggere. Puoi scegliere di ricordare.»


Il ragazzo si alza, sfiora la targa con le dita. «Allora… grazie.»


«Grazie a te per esserti fermato.»


E la via torna a essere una via qualunque. Ma non del tutto.


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La memoria contesa e il riconoscimento civile


Per decenni la storia di Ramelli è stata terreno di scontro. Da una parte, la destra ne ha fatto un simbolo identitario; dall’altra, una parte della sinistra ha faticato a riconoscere la gravità dell’episodio. Solo molto più tardi, negli anni Duemila, alcuni degli aggressori hanno espresso pentimento, riconoscendo la disumanizzazione dell’avversario come radice del gesto.


Negli ultimi anni, anche le istituzioni milanesi hanno compiuto un passo importante: riconoscere Ramelli come vittima della violenza politica, senza aggettivi. Non “vittima di destra”, non “simbolo di qualcuno”, ma vittima. Punto.


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Perché ricordare oggi


Ricordare Ramelli non significa aderire a un colore politico. Significa riconoscere che la violenza, quando entra nella vita civile, non risparmia nessuno. Significa ricordare che la democrazia non è solo un insieme di regole, ma un modo di guardare l’altro: non come un nemico, ma come un interlocutore.


Il 13 marzo diventa allora un esercizio di responsabilità collettiva:


- riconoscere il dolore senza usarlo come arma  

- rifiutare la violenza politica in ogni forma  

- difendere la dignità delle idee, anche quando non sono le nostre  

- custodire la memoria perché il passato non torni a ripetersi  


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Una riflessione per il presente


Viviamo in un tempo in cui il dibattito pubblico torna spesso a incendiarsi. Le parole diventano armi, i social amplificano i conflitti, le identità si irrigidiscono. La storia di Ramelli ci ricorda che la violenza non nasce all’improvviso: cresce nelle parole, negli sguardi, nelle semplificazioni, nella disumanizzazione dell’altro.


E forse è proprio questo il senso del dialogo immaginario: ricordarci che la memoria non è un archivio, ma un interlocutore. Che ci parla solo se ci fermiamo ad ascoltare.

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