Auguri papà: otto giorni che sembrano un’eternità
Ci sono date che non si possono ignorare. Arrivano comunque, anche quando il cuore non è pronto, anche quando la vita sembra essersi fermata da qualche parte tra un respiro e l’altro. Oggi è una di quelle date: il tuo compleanno, papà. E mentre il mondo continua a girare, io resto qui, in questo silenzio nuovo, a cercare un modo per dirti ancora una volta “auguri”.
Sono passati appena otto giorni. Otto. Una manciata di ore che però pesano come mesi. Ogni mattina mi sveglio con la sensazione che manchi un pezzo, come se la casa avesse perso una stanza, come se il mio passo avesse perso un ritmo. E ogni giorno che passa mi manchi un po’ di più, in un crescendo che non si attenua, non si abitua, non si sistema da solo.
Non è nostalgia, non è rimpianto. È presenza. Perché tu ci sei ancora, in ogni gesto che ripeto senza pensarci, in ogni frase che mi scappa con la tua intonazione, in ogni modo in cui cerco di affrontare il mondo come mi hai insegnato: con dignità, con ironia, con quella forza tranquilla che non ha mai bisogno di alzare la voce.
Oggi non posso portarti una torta, né farti ridere con una delle mie battute storte. Posso però fare quello che so fare meglio: trasformare il dolore in parole, e le parole in un ponte. Un ponte che non cancella la mancanza, ma la rende abitabile. Un ponte che mi permette di parlarti ancora, anche se in un modo diverso.
Auguri papà.
A te che hai lasciato impronte profonde, non cicatrici.
A te che hai insegnato più con gli sguardi che con i discorsi.
A te che continui a mancare, ma continui anche a restare.
E se è vero che il tempo cura, allora che faccia pure il suo lavoro. Io, intanto, custodisco. Custodisco tutto: la tua voce, i tuoi modi, le tue storie, i tuoi silenzi. Custodisco perfino questo dolore, perché è la prova che l’amore non si spegne quando la vita cambia forma.
Sono passati solo otto giorni.
Eppure, papà, sembra già un’eternità.

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