Padre,
domenica te ne sei andato
senza fare rumore,
come chi conosce il peso delle porte
e non vuole disturbare
chi resta dall’altra parte.
Da allora il tempo ha perso il passo:
cammina zoppo,
si appoggia ai muri,
si dimentica le chiavi.
Io lo seguo come posso,
con il tuo nome in tasca
che tintinna ogni volta che mi muovo.
Giuseppe.
Un nome che sa di mani forti,
di pazienza cucita giorno per giorno,
di fatica che non chiede applausi.
Un nome che ora mi arriva addosso
come un vento caldo,
come una voce che non sento più
ma che continua a insegnare.
Ricordo il tuo modo di stare nel mondo:
non gridavi,
non pretendevi,
ma lasciavi impronte
che ancora oggi non riesco a cancellare.
Piccole cose:
un gesto ripetuto mille volte,
una frase detta senza pensarci,
un silenzio che parlava più di tutto.
E adesso,
in questa casa che sembra più grande
e più vuota,
ti cerco nei dettagli:
nel rumore dell’acqua che scorre,
nel ritmo lento delle mattine,
nel modo in cui la luce entra
e si posa sulle cose
come se volesse accarezzarle.
Padre,
non so dove sei adesso.
Non so se esiste davvero un luogo
dove il dolore si scioglie
e la stanchezza si addormenta.
Ma se c’è,
spero che ti ci sia arrivato leggero,
senza paura,
con il passo di chi finalmente riposa.
Io resto qui,
a fare i conti con ciò che manca
e con ciò che resta.
Resta il tuo esempio,
che non è mai stato una lezione,
ma un modo di vivere.
Resta la tua voce,
che non sento più,
ma che riconosco in me
quando parlo piano,
quando cerco di capire,
quando provo a non arrendermi.
Resta soprattutto
quella strana forma di amore
che i padri lasciano senza dirlo,
come un seme infilato in tasca
senza farsi vedere.
E che un giorno,
quando meno te lo aspetti,
comincia a germogliare.
Padre,
non ti dico addio.
Non ti appartiene.
Ti dico “vai”,
se devi andare.
E “resta”,
in tutto ciò che mi hai dato
senza saperlo.
E se puoi,
cammina ancora un po’ accanto a me,
anche solo come ombra,
come memoria,
come respiro che non si vede
ma tiene in piedi il mondo.

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